
Anche le specie native possono alterare l’ecosistema: il caso della vespa orientale
L’espansione della vespa orientale, insetto nativo del sud Italia e spinto fino al nord dai cambiamenti climatici, è un esempio di come talvolta anche le specie autoctone possano turbare l’equilibrio dell’ecosistema, seppur con impatti più contenuti rispetto alle specie aliene
Uno strano insetto dalla colorazione rossiccia, simile a un calabrone, lungo dai 3 ai 5 centimetri e dotato di un pungiglione con il quale può infliggere punture dolorose: tra la primavera e l’estate dello scorso anno, in Italia si è parlato molto della vespa orientale (Vespa orientalis)[1] e di una sua presunta invasione della Penisola. Erroneamente presentata come specie aliena, la vespa orientale è in realtà autoctona del sud est europeo – compresa l’Italia meridionale – oltre che del nord est dell’Africa, del Medio Oriente e del Madagascar. Fino a una decina d’anni fa, il suo areale italiano si estendeva tra le Regioni Sicilia e Calabria: è infatti una delle due specie di imenotteri native del nostro paese insieme alla più nota Vespa crabro, il comune calabrone europeo. Ma perché allora si è parlato di invasione?
A partire dal 2015, ma con maggiore frequenza negli ultimi cinque anni, sono stati registrati degli avvistamenti nel centro e nel nord Italia, dove l’insetto non era originariamente presente. La continua espansione del suo habitat ha portato questa vespa a colonizzare grandi città come Roma e Napoli, ma più di recente è stata rilevata anche a Grosseto, Genova, Livorno e Trieste. Nel settembre del 2021, è stata segnalata in Sardegna, probabilmente trasportata dall’uomo attraverso le imbarcazioni: in questo specifico caso, potrebbe quindi essere considerata come una specie aliena[2]. Per comprendere al meglio i motivi che hanno portato a questo progressivo ampliamento, è necessario approfondire alcune caratteristiche biologiche dell’animale.
Grazie a un meccanismo naturale basato sul pigmento xantopterina presente nelle bande giallo-arancioni presenti sul suo addome, è in grado di immagazzinare calore e assorbire l’energia solare, aumentando significativamente la propria attività[3]. Proprio a causa di questa termofilia, predilige gli ambienti caldi e tende a operare nel pomeriggio inoltrato, al contrario di altre specie di vespe che preferiscono invece gli ambienti freschi e sono attive al mattino o prima di sera. Il progressivo innalzarsi delle temperature registrato negli ultimi anni ha quindi reso più accessibili le zone che un tempo erano ostili alla sua sopravvivenza. Inoltre, la concentrazione dell’attività umana ha contribuito a innalzare le temperature attorno ai grossi centri urbani, rendendoli un ambiente perfetto per la proliferazione della vespa orientale.
Ma perché la sua espansione ha causato così tanta preoccupazione? Come per altre specie simili, la puntura della Vespa orientalis è dolorosa e il suo veleno può causare una reazione anafilattica negli individui sensibili. Nonostante questo, è bene ricordare che esistono specie molto più pericolose per gli esseri umani, che la vespa orientale è dotata di limitate quantità di veleno e che tende a pungere solamente quando si sente minacciata o in pericolo.
Più rilevante è invece l’impatto che questo insetto ha sull’agricoltura e l’apicoltura e, più in generale, sulla sopravvivenza dell’ape mellifera (Apis mellifera) presente nel nostro Paese. Non riuscendo a penetrare con i loro pungiglioni l’esoscheletro che riveste alcuni vespidi, le api hanno sviluppato un efficace quanto insolito sistema di difesa: circondano il nemico e si appallottolano una sopra l’altra facendo vibrare le ali all’unisono. In questo modo, creano una vera e propria “palla termica” in grado di raggiungere anche temperature di 46 °C, che causano la morte del predatore.
Questo sistema può funzionare ad esempio per contrastare gli attacchi della Vespa velutina, specie aliena che è arrivata in Italia da oltre un decennio, ma risulta invece inefficace e controproducente nel caso della vespa orientale che, sottoposta a un sovraccarico di calore, immagazzina l’energia termica incrementando la propria attività[4]. Non potendo contare né sul pungiglione né sulla trappola termica, le api mellifere italiane non sono attrezzate per fare fronte a questo predatore. Questa condizione di disparità ha portato, per esempio, allo sterminio totale di tutti gli apiari presenti nella città di Roma, avvenuta lo scorso anno ad opera di Vespa orientalis, che ha causato gravi danni alla produzione locale e nazionale di miele e cera.
Contrastare l’espansione di questo imenottero non è semplice. Trattandosi di una specie autoctona, non può essere debellata totalmente come accaduto negli USA, dove il pericoloso calabrone gigante asiatico (Vespa mandarinia), specie aliena che dal 2019 causava ingenti danni all’agricoltura, è stato eradicato con successo[5]. Eliminare la vespa orientale dall’Italia rischierebbe di squilibrare ulteriormente l’ecosistema nazionale, dal momento che essa è un suo elemento essenziale tanto quanto le api. Inoltre, questo processo risulterebbe difficilmente praticabile considerata l’assenza di prodotti insetticidi efficaci su questa specie.
Una parte importante è rappresentata dalla comunicazione: l’impatto di questo insetto sui settori agricolo e apistico è significativo e non è possibile prevenirlo, ma la sua espansione rimane un fenomeno parzialmente naturale. Le sottospecie del genere Vespa hanno sempre attaccato Apis mellifera, l’unica differenza nel caso della vespa orientale è che le api non hanno evoluto strumenti di difesa per poterla contrastare. È dunque necessario informare sui reali rischi, evitando allarmismi, e gestire responsabilmente le singole situazioni, intervenendo solamente laddove si creino situazioni di concreto rischio per l’essere umano.
Andrebbero anche valutate misure di biosicurezza sulle merci commerciate a livello locale e nazionale, per cercare di limitare lo spostamento accidentale di esemplari regine di Vespa orientalis – che in inverno restano quiescenti nel legno per poi uscire e nidificare nei mesi primaverili – per bloccarne l’espansione, soprattutto in Sardegna.
Fenomeni come quello della vespa orientale sottolineano l’importanza di costituire o rafforzare strutture nazionali dedicate alla gestione delle specie aliene, che possano dare indicazioni anche sulle specie autoctone problematiche che si espandono al di fuori dei loro areali storici, assicurare analisi del rischio rigorose e pragmatiche, identificare una prioritizzazione degli interventi e garantire una risposta tempestiva. Esempio concreto a cui ispirarsi sono i cosiddetti programmi di horizon scanning, messi a punto negli ultimi 15 anni dal Regno Unito, che studiano con oggettività i meccanismi di interazione tra animali per individuare e monitorare quelle specie – aliene e non – che potrebbero invadere i territori nazionali, analizzandone i potenziali impatti e identificando le possibili contromisure prima ancora che il fenomeno si verifichi.
NOTE
[1] Per maggiori informazioni, è possibile consultare un report dettagliato preparato dagli esperti dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale – ISPRA: https://www.isprambiente.gov.it/files2022/notizie/vespa-orientalis.pdf
[2] Per ulteriori approfondimenti, leggi il nostro articolo dedicato: https://agriscienza.it/specie-aliene-in-aumento-nel-mondo-e-in-italia-il-caso-della-formica-di-fuoco/
[3] Per maggiori informazioni, si veda: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/21052618/
[4] Per maggiori informazioni, si veda: https://www.science.org/content/article/honey-bee-defense-leaves-hornets-breathless
[5] Il processo di eradicazione della Vespa mandarinia dagli USA è durato in totale cinque anni e ha richiesto una spesa di oltre tre milioni di dollari, esclusi i costi del personale. Per maggiori informazioni, è possibile consultare il sito del Dipartimento dell’agricoltura dello Stato di Washington (WSDA): https://agr.wa.gov/about-wsda/news-and-media-relations/news-releases?article=41658