Applicazione di agrofarmaco in un campo di canna da zucchero in Brasile

Agrofarmaci: strumenti indispensabili per la sicurezza agroalimentare

Maria Lodovica Gullino, docente Ordinario di Patologia vegetale presso l’Università di Torino, riassume il ruolo degli agrofarmaci nelle produzioni agrarie, ottenute nel rispetto delle normative, dell’ambiente e della salute

In qualsiasi attività umana l’uso corretto degli strumenti a disposizione fa la differenza tra lavorare bene o lavorare male. Ciò vale anche per la difesa fitosanitaria, settore strategico per la salvaguardia delle produzioni agricole, sia in termini di rese, sia di qualità dei prodotti.

Le prime sono alla base degli autoapprovvigionamenti nazionali di cibo, da intendersi sia come prodotti da consumo diretto, come ortaggi e frutta, sia come prodotti trasformati, ovvero vini, olio, carni e derivati, latte e derivati, nonché tutti i prodotti messi a disposizione delle filiere basate sui cereali come pane, pasta, biscotti e altri prodotti da forno.

La loro qualità va poi declinata su due fronti: quello degli aspetti estetico/organolettici, al fine di soddisfare le aspettative dei consumatori, garantendo comunque il rispetto dei più stringenti aspetti sanitari. L’assenza di difetti, per esempio, è ormai un prerequisito di ogni prodotto alimentare in vendita, ma al contempo va garantita anche l’assenza di micotossine o comunque la loro riduzione entro gli ambiti di Legge, cioè quelli che certificano la sicurezza per il consumatore.

Per raggiungere tali ambiziosi obiettivi sono spesso necessari trattamenti in campo o in serra con specifici rimedi fitosanitari, atti a contrastare gli attacchi di patogeni e parassiti. Il comparto degli agrofarmaci è peraltro estremamente fluido, evolvendosi velocemente verso soluzioni sempre più selettive e sicure per ambiente e cittadini. Fra questi ultimi, però, è divenuta percezione comune che gli agrofarmaci siano qualcosa di “velenoso” e talvolta persino inutile. La disinformazione e l’allarmismo su tali prodotti ha quindi generato una diffusa sfiducia e palpabili timori.

A trattare dell’evoluzione del comparto fitosanitario, nonché a dare spiegazioni circa la realtà dei fatti, si è quindi adoperata Maria Lodovica Gullino, docente Ordinario di Patologia vegetale presso l’Università di Torino, producendo una disamina dettagliata delle soluzioni fitosanitarie e della loro evoluzione nel tempo.

L’articolo, pubblicato in originale su Italia Libera, porta il titolo di “La farmacia sul campo. La nuova generazione di agrofarmaci, da usare in modo corretto”. Di seguito, i contenuti originali redatti dall’autrice.

«È ben nota la scarsa simpatia che molti consumatori provano nei confronti degli agrofarmaci utilizzati per la difesa delle colture dai parassiti, considerandoli talora addirittura alla stregua di “veleni”, dannosi per la salute umana. Gli agrofarmaci, però, non sono dei veleni, ma veri e propri farmaci per le piante. Essi, dopo una lunga sperimentazione, sono registrati e resi disponibili agli agricoltori per combattere parassiti animali e vegetali che potrebbero causare ingenti perdite di produzione. Negli ultimi decenni la ricerca si è sempre più orientata verso lo sviluppo di prodotti a minore impatto ambientale. Di seguito, concentrando l’attenzione soprattutto sui fungicidi, cioè sui prodotti utilizzati per contenere gli attacchi dei patogeni fungini, si riassume l’evoluzione che c’è stata nella ricerca e sviluppo di nuovi fungicidi e nei criteri di impiego.

Sviluppo di nuovi farmaci

La probabilità di “scoprire” un nuovo agrofarmaco attraverso i normali programmi di screening è variata nel tempo con la seguente progressione: 1 ogni 5.000 sostanze saggiate negli anni 1950; ogni 10.000 negli anni 1960, 20.000 negli anni 1970; 40.000 negli anni 1980; 50.000-70.000 negli anni 1990; 100.000-120.000 negli anni 2000. Attualmente, lo sviluppo commerciale di un prodotto fitosanitario richiede 8-10 anni di ricerche e sperimentazioni e costa, mediamente, 300-400 milioni di euro, rispetto all’equivalente di 80 milioni di euro negli anni 1970.  Questi dati, insieme a considerazioni sui ritorni economici generati dai singoli prodotti, fanno sì che l’industria agrochimica concentri sempre più l’attenzione verso le poche colture allevate su superfici molto estese a livello mondiale (cereali, pomacee, vite, ecc.), tralasciando quelle cosiddette “minori” che non assicurano un mercato potenziale di dimensioni adeguate agli ingenti investimenti richiesti.

Insieme alla ricerca di nuovi principi attivi, un importante ruolo nella protezione delle colture deriva dalla ricerca di nuove formulazioni: accanto alle tradizionali polveri secche e bagnabili sono andate ad affiancarsi le emulsioni e le sospensioni concentrate, i granuli idrodispersibili, i sublimatori, ecc. Le nuove formulazioni, oltre a migliorare la distribuzione dei prodotti fitosanitari, migliorandone la micronizzazione, la disperdibilità in acqua e l’adesività, riducono il rischio di effetti fitotossici, l’esposizione e la tossicità per l’uomo e gli animali e migliorano la facilità e sicurezza nella preparazione, confezionamento, trasporto e manipolazione.  Migliorare le formulazioni significa anche ridurre fortemente l’impatto sugli operatori.

Evoluzione nella sintesi dei pesticidi

La storia dei fungicidi è contraddistinta da tre epoche caratterizzate dalla scoperta e sviluppo di molecole di nuovo tipo. La prima epoca o era dello zolfo va dai tempi antichi al 1878; la seconda, era del rame, dal 1878 al 1934; la terza, era dei fungicidi organici di sintesi, dal 1934 ai giorni nostri. Dagli anni 1940 gli importanti avanzamenti delle conoscenze di fisiologia vegetale e biochimica portarono agli studi che diedero inizio, alla fine degli anni 1960, alla sub-era dei fungicidi endoterapici. Con questi fungicidi, capaci di penetrare e traslocare all’interno della pianta, si sono conseguiti numerosi vantaggi: resistenza al dilavamento, capacità di interferire con infezioni in atto (potenziale azione curativa), ridistribuzione nelle varie parti della pianta, elevata attività biologica, efficacia a basse dosi d’impiego, selettività, modesto impatto ambientale e bassa tossicità per l’uomo e gli animali. Uno dei prerequisiti per l’attività endoterapica è un’elevata selettività dell’azione tossica, che si deve espletare a carico del fungo bersaglio (target) e non verso le cellule vegetali. Tale selettività è permessa da un meccanismo d’azione a livello cellulare molto specifico che si esplica a carico di singoli siti metabolici (monosito), a differenza dei fungicidi proteggenti tradizionali che hanno, di solito, un meccanismo d’azione aspecifico. L’evoluzione moderna dei fungicidi, segnata da una crescente attenzione per i rischi per l’ambiente e la salute dell’uomo e degli animali, si è così orientata verso l’impiego di molecole con meccanismi d’azione specifici, efficaci già a bassissime dosi e meno pericolose per l’ambiente e l’uomo.

Ai molteplici vantaggi di un meccanismo d’azione specifico si contrappone, come principale svantaggio, il rischio di acquisizione di resistenza nei microrganismi bersaglio. La resistenza ai fungicidi è una delle sfide da affrontare costantemente nella moderna protezione delle piante dalle malattie per le sue importanti ripercussioni su tutte le figure interessate alle produzioni vegetali: l’industria agrochimica, per la perdita di efficacia di molecole che richiedono investimenti sempre più ingenti per la ricerca e lo sviluppo; gli agricoltori, per le perdite di raccolto causate da malattie non più limitate dai trattamenti; e per i consumatori, per l’incremento dei prezzi causato dai maggiori costi di produzione e da riduzioni dell’offerta.

Un altro aspetto negativo che spesso accompagna l’uso di fungicidi endoterapici è la possibile presenza di residui, fenomeno particolarmente rilevante nel caso di colture di cui si consumino le foglie (insalate, ad esempio). Va però ricordato che l’impiego corretto degli agrofarmaci, ai dosaggi riportati in etichetta e nel rispetto dell’intervallo che deve intercorrere tra l’ultimo trattamento e la raccolta, consente di evitare la presenza di residui superiori a quelli ammessi dalla normativa. Del resto, tutte le analisi effettuate evidenziano che la stragrande maggioranza dei prodotti agricoli contiene residui di agrofarmaci di gran lunga inferiori rispetto ai valori massimi ammessi.

Evoluzione delle strategie di impiego dei fungicidi

Nel corso del tempo il concetto stesso di difesa delle colture ha subito una profonda evoluzione, evidenziata anche dalla terminologia adottata. Basta, infatti, consultare i testi di qualche decina di anni fa per assistere ad un uso molto frequente del termine lotta, in seguito attenuato in difesa e, infine, di protezione delle colture o persino di gestione delle malattie. Ciò evidenzia una vera e propria evoluzione dei criteri di approccio, passati da una tendenza ad eliminare completamente i parassiti fino ad arrivare ad una loro gestione, in modo tale da evitare il superamento delle soglie tollerabili per ciascuna coltura e contesto colturale.

La protezione delle colture è evoluta, quindi, dall’impiego prevalente, se non esclusivo, di prodotti fitosanitari ad un concetto di protezione integrata, basata sull’uso combinato e razionale dei diversi mezzi disponibili mirato a massimizzare i benefici ed a ridurre al minimo i relativi rischi.

La stessa lotta chimica è passata dall’adozione esclusiva di trattamenti preventivi “a turno fisso” o “a calendario” (in passato i soli possibili anche per l’indisponibilità di prodotti endoterapici) a trattamenti da eseguire sulla base dell’effettiva manifestazione della malattia e/o dell’attenta valutazione del rischio di danno. La realizzazione di tali obiettivi è primariamente legata alla possibilità di prevedere le infezioni e alla disponibilità di fungicidi efficaci verso infezioni in atto. Ciò ha portato alla cosiddetta “lotta guidata”, superata ed inglobata, poi, dal concetto di protezione integrata che prevede l’uso combinato dei più vari mezzi di intervento con la tendenza, nel tempo, a limitare il più possibile l’impiego di mezzi chimici. Va sottolineato che tale evoluzione, tuttora in corso, si è compiuta anche grazie alla notevole evoluzione delle tecniche colturali, sempre più sofisticate e sempre più mirate a ridurre la dannosità dei parassiti, l’impatto ambientale dei processi produttivi ed i costi di produzione.

Le strategie di protezione integrata devono essere pianificate in ciascun contesto colturale. Basti considerare ad esempio le diverse scelte che devono essere effettuate in differenti ambienti pedo-climatici, nei sistemi colturali convenzionali o in regime di agricoltura biologica, o nei paesi industrializzati rispetto a quelli in via di sviluppo.

Negli ultimi anni, un contributo alla razionalizzazione della protezione delle colture è stato fornito dal Regolamento Cee n. 2078/92 che, con la misura A1 “Sensibile riduzione dell’impiego dei fitofarmaci”, ha previsto una incentivazione economica alle aziende che si sono impegnate a rispettare un disciplinare di protezione definito da un comitato nazionale sulla base delle peculiarità ambientali e colturali di ciascuna regione. La normativa europea sull’uso sostenibile degli agrofarmaci rappresenta un’ulteriore garanzia dei consumatori. Al tempo stesso, le richieste sempre più pressanti di sistemi di garanzia di qualità e sicurezza alimentare da parte dei mercati internazionali e della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), da qualche tempo influenzano in modo assai marcato le strategie di protezione, specialmente per le colture ad alto reddito e quando i prodotti sono destinati all’esportazione. Sia gli operatori commerciali che le aziende agricole sono oggi sempre più frequentemente chiamati ad adottare le norme Haccp e Iso, la certificazione volontaria di prodotto o del sistema di gestione aziendale (qualità, ambiente, sicurezza, ecc..), nonché a rispettare disciplinari di produzione e protezione di marchi di origine o commerciali. Le due forme di certificazione (prodotto e sistema) sono destinate ad evolvere integrandosi in forme di certificazione “di sistema e di prodotto” che sono destinate a rappresentare la forma più completa di assicurazione della qualità.

Nel complesso, l’adozione dei vari sistemi di garanzia di qualità non può che essere vista in modo positivo in quanto induce il comparto agricolo ad adottare processi produttivi eco-compatibili e trasparenti ed a fornire al consumatore garanzie di qualità, sicurezza alimentare e tracciabilità dei prodotti. Di contro, si assiste oggi al moltiplicarsi, spesso per motivazioni puramente commerciali e non scientifiche o tecniche, di disciplinari di produzione e protezione (capitolati tecnici della Gdo) estremamente variegati e ad arbitrarie richieste riguardo le concentrazioni ammesse di residui di prodotti fitosanitari che complicano pesantemente ed inutilmente l’operato dei tecnici e delle aziende agricole

Certamente non esaustiva su un argomento tanto controverso e discusso, questa breve nota vuole fare conoscere meglio il ruolo, ancora indispensabile, degli agrofarmaci nella difesa delle colture. Evidenziando al tempo stesso come essi siano dei veri e proprio farmaci, sottoposti ad anni di attento studio prima di essere commercializzati. Al tempo stesso deve risultare chiaro al consumatore che sempre più la difesa delle colture si orienta verso un uso sempre più limitato di agrofarmaci sempre più sofisticati nei loro meccanismi di azione. Per finire non dobbiamo dimenticare che le produzioni italiane, grazie alla diffusione capillare delle tecniche di difesa integrata, sono tra le più sicure al mondo. Come dimostrano i dati raccolti e diffusi a cadenza annuale dall’Efsa (European food safety agency)».

L’articolo originale è stato pubblicato su Italia Libera (https://italialibera.online/economia-lavoro/la-farmacia-sul-campo-la-nuova-generazione-di-agrofarmaci-da-usare-in-modo-corretto/)

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